La prima parola che insegnava loro a scrivere era: cane. La seconda: pace. Dovevano scriverla dieci volte al giorno, in corsivo e in stampatello, e recitarla prima di andare a dormire e appena svegli. Entrati in classe, al posto di ‘Buongiorno Maestro’, e prima di lasciare la scuola, invece di ‘Arrivederci, Maestro’.
La terza, la quarta e la quinta parola erano: il proprio nome, viaggio e cavallo. Poi venivano: Utrecht, canali, fiori, montagne, Svizzera, uccelli, Germania, maestro, antenato, Olanda e il verbo essere al presente e al passato remoto. Il verbo avere e volere non hanno bisogno di essere insegnati, diceva, perché, come l’erba cattiva nell’orto, crescono da soli.
In ottobre insegnava loro a leggere l’orario dei bus e a distinguere le razze dei cani; a novembre il ciclo della luna e ad allacciarsi le scarpe da soli. A dicembre il nome degli alberi e a decidere se essere uomini che si pettinano o uomini spettinati, a deciderlo per tutta la vita, in modo da non doverci pensare più. Poi una canzone dei Beatles, la differenza tra una giornata di pioggia e un acquazzone, e i numeri fino a cento. A sommarli e sottrarli. Perché non c’è persona che non sappia cavarsela nella vita, diceva, quando conosce le razze dei cani, la direzione del vento, una buona canzone e i numeri fino a cento.
‘Mettete le giacche’ diceva loro.
‘Ma Maestro, fuori piove!’
In fila per due li portava al canile.
‘Dimmi Luigi, cosa c’è in quel cane?’
‘In quello, Maestro, c’è un po’ di setter, di pastore tedesco e di volpino.’
Oppure camminavano lungo il fiume Serio, tra i boschi da cui si potevano scorgere le case del paese.
‘Quelle nuvole lontane, Penelope, cosa sono?’
‘Sono cumulonembi, Maestro.’
‘E cosa vogliono dire?’
‘Che arriverà un bel temporale.’
All’una tornavano verso la scuola, bagnati di pioggia o con i volti arrossati dal sole.
‘Ecco il pifferaio con i suoi topi!’ ridevano quelli del bar vedendoli passare. ‘Ecco Utrecht il suonato, con i suoi suonatori’ dicevano. Ma lui e i bambini salutavano alzando la mano: ‘Pace’ dicevano.
Le materie del secondo anno erano lettura, geografia e composizione.
Tutti i giorni, per due ore, il Maestro Utrecht leggeva in classe il racconto del suo avo, il Conte Annibale Maffei di Boglio, gran maestro dell’artiglieria piemontese, che in due volumi narrò del suo viaggio a Utrecht del 1712, come plenipotenziario di Vittorio Amedeo II di Savoia, in occasione della firma della famosa pace. Il Maestro aveva acquistato il prezioso volume in una casa d’asta di Ginevra e l’aveva tradotto dal francese di suo pugno.
Ai bambini piaceva sentire di come il Conte Annibale Maffei avesse varcato le Alpi con gli altri due fiduciari del re, delle stazioni di posta, del paesaggio e dei costumi tedeschi, fino all’arrivo in Olanda e la permanenza a Utrecht per oltre un anno in uno splendido alloggiamento non lontano dalla Torre del duomo. La fantasia dei bambini si accendeva ascoltando le descrizioni delle feste e degli spettacoli che la città organizzava per intrattenere la diplomazia arrivata da tutta Europa con gran seguito di servitori, parrucchieri, stallieri, mogli, amanti, figli, intendenti e dame di compagnia.
‘Ma com’era questo Conte Annibale Maffei? Giovane o vecchio?’ chiedeva presto o tardi uno dei bambini.
Allora il Maestro mostrava loro il ritratto a mezzo busto del suo avo, dipinto ai primi del Settecento da un anonimo pittore piemontese di scuola francese. Una tela che aveva acquistato da una collezione privata per una cifra pari ad alcuni anni del suo stipendio.
Alla fine dell’anno il Maestro Utrecht faceva svolgere ai suoi alunni un componimento dal titolo: La cosa che più mi ha colpito nel racconto del Conte Annibale Maffei, avo del nostro Maestro.
Uno di questi componimenti venne ritrovato dall’agente Bram van der Drift nella tasca interna della giacca del Maestro. Era firmato: Pietro Gusmini, classe II A, anno 2004.
Svolgimento: ‘Il nostro Maestro ha avuto un antenato di nome Conte Annibale Maffei, gran maestro dell’artiglieria piemontese, che vorrebbe dire che diceva a chi mirava i cannoni dove sparare e quando. Il Conte Annibale Maffei, antenato del nostro Maestro, che io gli voglio bene e mi diverte fare le cose con lui, fece un viaggio a Utrecht, che sarebbe l’Olanda, dove lo aspettavano, seduti intorno a un tavolo, i re d’Europa che combattevano una guerra da moltissimi anni e avevano intenzione di finirla, ma nessuno voleva dire “Ho sbagliato io.” Anche mia mamma e mio papà litigavano spesso perché nessuno dei due voleva dire “Ho sbagliato io,” ma poi sono andati dallo spicologo delle persone sposate, che è diverso da quello delle persone svitate, e lo spicologo ha detto “Dovete imparare a dire ‘Ho sbagliato io!’ E adesso datemi duecento euri e andate a casa.”
I miei sono andati d’accordo fino all’estate scorsa che si sono divorziati. Io sto con la mamma, ma è papà che mi controlla i compiti perché lui è professore di liceo. Quando guarda i quaderni dice “Di nuovo questo cavolo di Utrecht!”
Dice che il libro del Conte Annibale Maffei non è un libro di storia e che dovremmo leggere cose adatte alla nostra età. A me invece il libro del Conte Annibale piace molto perché è pieno di avventure. Mi piace più di tutto quando racconta le riunioni che facevano i pluvipotenziari dei re che litigavano perché uno diceva “Voglio la Sicilia,” e l’altro diceva “Col cavolo! Se vuoi la Sicilia devi darmi un pezzo dell’America.” Allora un terzo diceva “L’America non si può, l’abbiamo promessa a quell’altro, ti puoi prendere al massimo mezza Olanda.” “Ma con la flotta?” “Sì, con la flotta.” “Allora va bene.” “Siamo d’accordo, per oggi finiamola qui, tutti a cena da me!” “Io porto le patate.” “No, quelle le porto io.” “Tu ti sei preso Gibilterra e Minorca, le patate le porto io. Tu porta il vino.” “Con quello che costa il vino in Olanda? Sei matto? Se devo portare il vino voglio almeno Terranova.” E andavano avanti così per tutta la sera, poi di solito ballavano o c’erano degli spettacoli o dei giochi con le carte. Una notte uno morì cadendo dentro un canale perché aveva bevuto troppo. Rimase solo la parrucca che galleggiava e la spedirono alla moglie dicendo che il resto del marito non l’avevano più trovato.
Mio papà dice che non devo dare retta a queste storie perché lei se le inventa. Dice che non è mai stato a Utrecht e che questo Conte Annibale Maffei forse non è neppure suo antenato.
A me non importa: mi piace il quadro del suo avo appeso in classe e da grande voglio andare a vedere se a Utrecht la gente davvero usa la barca per fare la spesa. Non che non mi fido, ma è sempre meglio vedere con i nostri occhi.
Mi dispiace che il prossimo anno non sarà più il nostro Maestro e che le fanno fare soltanto la prima e la seconda perché dicono che i bambini poi devono avere qualcuno che li prepari, altrimenti quando arriviamo alle scuole medie ci facciamo ridere dietro con queste storie del Conte Annibale Maffei. Io mi fido di lei, Maestro Utrecht, e non mi importa se la prendono in giro. Da grande, anche se siamo nati tra le montagne, farò il navigatore e chiamerò la mia nave Utrecht. O forse l’idraulico, come mio nonno. Perché di famiglia ci piace l’acqua. Questo è il mio componimento. Pace.’
Un giorno il preside convocò il Maestro nel suo ufficio e disse che i genitori avevano raccolto delle firme che lo obbligavano a sospenderlo dal servizio.
Il Maestro Utrecht tolse il ritratto del Conte Annibale Maffei dalla classe, prese i disegni che i bambini avevano fatto per lui e tornò a casa. Per qualche giorno rimase abbacchiato, come il merlo quando il vento gli spazza via il nido. Lesse un libro sulle lumache, le offerte del supermercato e l’orario dei treni. Poi il Conte di Monte Cristo e I tre moschettieri e infine I viaggi di Gulliver che gli fecero tornare il buonumore.
Stava preparando la valigia quando sentì chiamare ‘Maestro Utrecht! Maestro Utrecht!’ e, aperta la porta, vide i suoi alunni fermi nell’aia sulle loro biciclette.
‘Può leggerci la fine delle avventure del Conte Annibale Maffei, gran maestro dell’artiglieria piemontese?’ disse Lucia.
Per tre giorni, seduti nel prato dietro casa, sotto il vecchio tiglio, lessero di come i re avessero infine trovato un accordo e della festa che era seguita alla firma della pace. Poi i bambini fecero il disegno del Conte Annibale Maffei che partiva con la carrozza per tornare a casa, lasciandosi alle spalle la torre di Utrecht.
‘Anch’io partirò’ disse il Maestro.
‘Dove andrà?’ chiese Penelope.
‘L’autista del caseificio mi darà un passaggio fino in Svizzera, poi si vedrà.’
‘Ma tornerà, vero?’ chiese Arturo.
‘Sì, credo che tornerò.’
Per tre mesi visse in Svizzera, tra le montagne intorno a Ginevra, e per un anno almeno in Germania, forse a Francoforte, di certo a Berlino e a Saarbrücken. Si conservano di quel periodo una poesia che scrisse su un tovagliolo di un bar di Berlino e alcuni versi composti durante una gita in battello. Una donna di Saarbrücken dice di essere stata sua amica, ma non la sua amante. Di averlo incontrato per qualche mese, sempre al medesimo caffè, sempre alle sei di sera, e di aver parlato a lungo con lui di cani, di nuvole e diplomazia internazionale.
Alla fine del 2007 il Maestro fu certamente a Utrecht dove visse per un anno. All’inizio alloggiò in un albergo a poco prezzo, nei pressi della stazione, ma presto si trasferì in un albergo più economico, prima che anche questo diventasse troppo costoso per le sue tasche. Chi lo conobbe giura, tuttavia, che non ebbe mai l’aspetto del barbone. Possedeva due abiti, di foggia semplice ma distinta, sempre puliti, con cui si presentava ogni mattina in un piccolo bar della piazza dove ordinava la colazione, l’unico pasto della sua giornata.
Alzatosi dal tavolino verso l’ora del pranzo, il Maestro era solito passeggiare nella parte antica della città fino a pomeriggio inoltrato, con il bello o il cattivo tempo. Per strada parlava con tutti i bambini, comunicando con loro in una lingua misteriosa, che tuttavia i piccoli sembravano capire alla perfezione. Nessun genitore ebbe mai a preoccuparsene poiché il Maestro appariva sempre sorridente, dolce nei modi e di ottimo umore. Lindo nel vestire, la barba rasata, i corti capelli neri pettinati all’indietro e una cartella di cuoio sottobraccio, aveva l’aspetto d’uno studioso d’altri tempi o d’un poeta che avesse conservato l’anima e le speranze dell’adolescenza.
Ogni mercoledì alle sedici sedeva sulle panche di legno della Cattedrale per assistere al concerto d’organo offerto gratuitamente dalla municipalità. Assidui frequentatori testimoniano come amasse infinitamente Mozart e Handel mentre dormisse quasi sempre quando veniva eseguito Bach. Il massimo entusiasmo lo dimostrò durante un concerto per organo e flauto di pan, quando applaudì fragorosamente gridando ‘Bravi! Bravi!’, cosa che si impresse nella memoria di tutti i presenti abituati al suo fare umile, mite e riservato.
Nell’anno che trascorse a Utrecht amò infinitamente i gatti della città e la pedalata rotonda degli olandesi: i gatti perché grossi di corporatura, docili di carattere, un po’ pigri, contenti delle carezze, ma indipendenti in una maniera non selvatica. E le biciclette perche pensava che la pedalata morbida e vigorosa che appartiene al popolo d’Olanda fosse il marchio della sua natura pragmatica, sobria e gioviale.
Nel tempo che visse a Utrecht non parlò mai olandese, non rubò e non fece l’amore, tranne nei giorni che trascorse con Adelaide, che non furono molti pur sembrandogli tutta la sua vita.
Di lei si sa poco, se non che era originaria del Suriname, che Adelaide non era il suo vero nome, che risiedeva in un stanza di Wijde Begijnestraat e che il suo protettore la trasferì ad Amsterdam in ottobre dove lavorò in una via trafficata del centro.
‘Verrai a trovarmi?’ domandò la donna al Maestro quando questi l’accompagnò alla stazione.
‘Sì’ disse lui ‘Credo che verrò.’
All’inizio del secondo inverno il Maestro allungò le sue passeggiate fino al distretto in costruzione di Leidsche Rijn. Lo si poteva trovare ogni mattina all’ingresso della scuola elementare del quartiere dove salutava i bambini chiamandoli per nome e da loro veniva salutato. Il resto della giornata lo trascorreva nei cantieri, chiacchierando con gli operai e accettando da loro un panino, della frutta o una tazza di tè. Tutti lo ricordano come un uomo di media statura, magro, dall’aspetto sano e curato. Quieti occhi verdi e lunghe mani bianche da pianista.
Il capocantiere di un edificio, quando seppe della sua morte e delle circostanze in cui era avvenuta disse ‘Lo so che è brutto paragonare un uomo a un fiore, di solito si fa con le donne, ma lui sembrava un fiore e nient’altro. Uno di quei fiori belli, ma anche molto fragili. E con questo non voglio dire che ci fosse in lui qualcosa di effeminato.’
La mamma della piccola Ilonka, ricorda invece che ‘Quando sapevo che avrei fatto tardi, gli chiedevo di aspettare Ilonka fuori dalla scuola, portarla ai giardini e restare con lei fino a che non sarei arrivata. Non sapevo niente di lui, a dire il vero: dove dormiva, che lavoro faceva e da dove venisse, ma c’era in lui qualcosa di profondamente buono, qualcosa che non apparteneva a questo mondo e che non sarebbe durato, ma finché c’era era una cosa insensata non approfittarne. Non volle mai niente in cambio del tempo che passava con mia figlia: una volta gli portai una torta e un’altra un maglione, perché arrivava l’inverno e pensai potesse avere freddo. Mia figlia Ilonka ricorda ancora qualche parola di italiano: cane, pace, Conte Annibale Maffei. Forse era questo il suo nome, non lo so. Ho cercato cosa vuol dire Conte su internet e vuol dire graaf. Non ho mai conosciuto un conte, ma è probabile che un tempo fossero così.’
Verso la fine dell’inverno il Maestro scomparve e nessuno lo vide più né ai concerti della Cattedrale né davanti alla scuola né al parco di Lepelenburg dove talvolta passava la notte.
Molti mesi dopo, esattamente il 9 luglio del 2008, un ragazzo senza fissa dimora, segnalò alla polizia la presenza di un corpo a ridosso dell’autostrada A12. Il poliziotto che raccolse la sua testimonianza ricorda che ‘Sembrava molto agitato e nervoso. L’idea che mi feci sul momento fu che avesse a che fare con la morte di quel tale, ma i successivi accertamenti dimostrarono che non era così. Probabilmente aveva semplicemente derubato il cadavere del poco che aveva e poi, preso dal rimorso, era venuto a segnalarne la presenza.’
I poliziotti, accompagnati dal giovane, trovarono il cadavere sotto uno dei bastioni dell’autostrada. Il corpo pesava soltanto 10 chilogrammi, segno che doveva trovarsi lì da parecchi mesi. La prima ipotesi fu che l’uomo fosse stato assassinato, ma le analisi lo smentirono. L’uomo, rinvenuto su un vecchio materasso, era morto nel sonno in seguito ad un attacco cardiaco. Non aveva con se effetti personali né documenti, tranne un foglio scritto in italiano nella tasca interna della giacca, che si comprese poi essere il tema di un alunno. Attraverso quel foglio si stabilì che il corpo apparteneva a un maestro di scuola elementare italiano dell’età di quarantasette anni, originario di una valle nei dintorni di Bergamo.
Accertato che non esistevano familiari o persone disposte a farsi carico del funerale, il corpo venne sepolto il 17 luglio 2008 nel cimitero di Daelwijck, nel distretto di Overvecht. Le sole persone presenti alla sepoltura furono Ingmar Heytze e Ruben van Gogh, membri dell’associazione ‘Funerale solitario’, un’associazione di poeti nata con l’intento di accompagnare alla tomba coloro che non hanno cari disposti a farlo, scrivendo una poesia in loro memoria. In quell’occasione fu il poeta Ingmar Heytze l’autore del testo letto durante la sepoltura. Gli ultimi versi recitavano così:
Ti lasciamo andare senza lunghi
sermoni o grandi gesti, Stefano, ti lasciamo
andare con i tuoi enigmi e le tue misteriose strade
ti salutiamo con timidezza, come incerti passanti
in un tunnel scarsamente illuminato nella notte –
riposa in pace.
Lunga nota dell’autore
Nell’estate del 2010 ho trascorso due mesi in Olanda, ospite a Utrecht di citybooks Utrecht une initiativa dell’Vlaams-Nederlands Huis deBuren e ad Amsterdam della Fondazione per la letteratura. E’ in quell’occasione che ho sentito parlare per la prima volta di Stefano Maffeis.
Durante una chiacchierata nel cortile dell’Archivio di Utrecht, Bram Buijze, coordinatore della Stichting Vrede van Utrecht, mi disse che esisteva in Olanda un’Associazione di Poeti che partecipavano ai funerali di persone senza famiglia né amici, scrivendo per ciascuno di loro una poesia. In particolare egli era stato colpito dai versi scritti per un italiano trovato morto nei pressi dell’autostrada di Utrecht, proprio nel distretto di Leidsche Rijn, che avevo visitato il giorno precedente per un reportage commissionatomi da un quotidiano olandese.
Non so dire perché il destino di quest’uomo mi abbia colpito, forse perché italiano come me in un paese straniero. Temo che non lo saprò fino a che i miei passi a ritroso sulle sue tracce non saranno arrivati da qualche parte. In ogni caso quella sera stessa, passeggiando per le vie di Utrecht, bellissime e piene di vita, decisi che avrei cercato di saperne di più di lui. La mia partecipazione al progetto citybooks Utrecht prevedeva scrivessi un testo sulla città e sulla pace che lì venne firmata nel 1713. La storia di Stefano avrebbe potuto fornirmi uno spunto?
Il giorno dopo mi misi in contatto via mail con Ruben van Gogh, di cui Bram mi aveva fornito l’indirizzo, e gli chiesi, nel mio inglese artigianale, informazioni su Stefano, sulla sua morte e sul testo che era stato scritto in proposito. Ruben mi rispose gentilmente il giorno stesso invitandomi a mettermi in contatto con Ingmar Heytze, l’autore del poema in memoria di Stefano. E così feci.
Mentre attendevo una risposta, giunsi alla conclusione che erano due le strade da percorrere: da un lato costruire un personaggio letterario ispirato a Stefano, usando come unico caposaldo di verità la data, le circostanze e il luogo della sua morte. Dall’altra indagare sul vero Stefano, sui motivi che l’avevano spinto a Utrecht e sulla sua morte.
Partendo dall’imminente trecentesimo anniversario della pace di Utrecht e muovendomi nel territorio della pura fiction, cominciai a immaginare il personaggio di un maestro elementare, persona lieve e sognante, una sorte di Amelie in versione maschile, con una fissazione per un presunto avo venuto a Utrecht in occasione del famoso trattato. Per trovare puntelli a questo spunto totalmente fiabesco iniziai una serie di ricerche storiche sulla pace del 1713, sulle delegazioni che vi erano state inviate e sulla loro composizione.
Nel frattempo arrivò la risposta di Ingmar Heytze, il poeta che aveva composto i versi per Stefano.
Tutto ciò che sapeva era che il cognome di Stefano era Maffeis e che era nato il 3 agosto 1961 a Gazzaniga, un paese della Val Serio, a una ventina di chilometri da Bergamo. Quindi mi dava informazioni sul ritrovamento del corpo e la sua sepoltura, informazioni che trovate riportate nel testo qui sopra. Nulla tuttavia sul suo passato o sulle ragioni che l’avevano portato a Utrecht. Del resto era consueto, mi ricordava Ingmar, che in occasione di un ‘funerale solitario’ si sapesse ben poco della vita del defunto.
Ingmar aggiungeva tuttavia qualcosa che punzecchiava la mia curiosità.
Nel gennaio appena trascorso, quindi due anni dopo la sepoltura di Stefano Maffeis, aveva ricevuto una mail priva di firma, in cui una persona, forse una donna, lo ringraziava di aver ricordato Stefano con quei versi. Si trattava di una mail di poche righe in cui lo scrivente sosteneva che Stefano non fosse un ‘barbone’, ma solo una persona che ‘cercava il meglio per lui’ e si rammaricava di non aver saputo fare abbastanza per aiutarlo, pur avendogli voluto bene.
Chi era la persona che ringraziava Ingmar per la poesia? Una fidanzata? Un compagno di strada? Uno dei suoi familiari? Dunque Stefano Maffeis non era privo di amici. C’era qualcuno che gli aveva voluto bene. Ma chi? La mail era scritta in italiano, ma la presenza di errori di battitura al posto delle lettere accentate sembrava rimandare a una tastiera olandese o comunque non italiana.
La sera stessa scrissi all’indirizzo che risultava come mittente della mail, con molta discrezione, perché era l’unico filo che mi poteva permettere di risalire al passato di Stefano e non avevo intenzione di spezzarlo per troppa irruenza.
Intanto la scadenza del mio racconto si avvicinava e le mie ricerche storiche sulla pace di Utrecht si approfondivano. Volevo capire se i sovrani coinvolti nella pace si fossero mossi di persona fino a Utrecht o avessero inviato dei rappresentanti. La prima ipotesi mi pareva alquanto improbabile, eppure non era facile trovare informazioni sulla composizione delle delegazioni, specie su quella di Vittorio Amedeo II di Savoia, cui avrebbe dovuto appartenere l’immaginario avo del mio protagonista. A meno ovviamente di andare in una vera e propria biblioteca o in un archivio storico, cosa che per motivi di lingua e di tempo in quel momento non potevo fare. Fu tuttavia spulciando una delle tante pagine internet sulla Pace del 1713 che trovai ciò che cercavo e che mi lasciò a bocca aperta.
Il saggio riportava il nome dei tre emissari inviati da Vittorio Amedeo II a Utrecht per curare gli interessi dei Savoia. Si trattava del Marchese Solaro del Borgo, del consigliere Pietro Mellarede e del Conte Annibale Maffei.
Mi ero inventato un antenato immaginario del mio personaggio, ispirato a Stefano Maffeis, venuto ad Utrecht nel 1712 e scoprivo che uno dei tre plenipotenziari inviati dal Duca di Savoia era proprio un tale Conte Annibale Maffei! Certo Maffei e Maffeis non erano esattamente lo stesso cognome, ma tenuto conto che si tratta di un nome di famiglia poco diffuso in Italia la coincidenza era a dir poco sorprendente. Da lì risalii all’esistenza di un dipinto dell’epoca che ritrae il Conte Annibale Maffei, quindi allo stemma della sua famiglia che guarda caso aveva i possedimenti vicino al mio paese di origine in Italia.
Molte convergenze, come vedete, mi hanno avvicinato alla persona, alla storia e al ricordo di Stefano Maffeis, e ho sentito il bisogno di riassumerle in questa lunga nota per due ragioni.
La prima è chiarire che il protagonista del racconto da me scritto non ha nulla a che fare con il vero Stefano Maffeis. Come si dice in questi casi ‘ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale’.
La seconda è che a uno come me, che vive di storie inventate, non capita spesso di aggrapparsi con tanta tenacia a una storia reale. In questo caso tuttavia è accaduto, e non so darvi conto del perché se non come ho fatto, riportando fedelmente i fatti e la loro sorprendente concatenazione.
Al momento la mia mail inviata alla persona che conosceva Stefano Maffeis non ha avuto risposta, tuttavia, tornato in Italia, continuerò la ricerca, forse andando a Gazzaniga, dove conto di trovare qualcuno che abbia conosciuto Stefano e sia disposto a parlarmi di lui.
Perché questo?
Forse perché tutto quanto scomparirà, amici miei, e della pace di Utrecht, dei sovrani che la firmarono, di Stefano e di tutti noi prima o dopo si perderà ogni memoria. E’ solo questione di tempo: come una nave che a poco a poco si allontana dalla costa. Ben presto non se ne riconosce più il colore, poi la forma e infine non resta che una sagoma lontana e indistinta, prima di scomparire del tutto.
Stefano si è allontanato molto in fretta dalla riva e nessuno pare averlo scorto. Solo Ingmar, con la sua poesia, ha alzato lo sguardo su di lui, un attimo prima che scomparisse. Ma io vorrei avere altre cose da ricordare di lui, quando per tornare in Italia passerò con la mia auto sull’autostrada accanto alla quale morì. Perché spero che un giorno qualcuno faccia questo per me. Forse è quello che speriamo tutti. Anche se la nave alla fine sarà troppo lontana, per gli occhi di chiunque.
Un ringraziamento personale a Ingmar Heytze, Ruben van Gogh, Fleur van Koppen, Bram Buijze, Willem Bongers, Milou Honig, Tiziano Perez, John Delissen, Marina Warners della libreria Bonardi, Manon Smits, Pieter van der Drift e all’editore De Geus.





